Déjeuner sur l’herbe: Cinema, fotografia nel Novecento italiano. | ||
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304 ..:: 31.03.2021
..:: Nella foto, particolare del dipinto Déjeuner sur l’herbe di Edouard Manet.
SANTA MARIA CAPUA VETERE ..:: Nell’affannoso paradosso del non avere tempo nonostante se ne abbia troppo, nell’affacciarsi dalla finestra dei ricordi, nello scoprire album e videocassette impolverate che si fanno concorrenza fra loro, nel volersi mostrare ancora moderni, la fotografia resta quel messaggio che mi trasmette il reale preso alla lettera. Esistono tanti messaggi senza codice, tutte le riproduzioni analogiche della realtà, vale a dire quadri, schizzi, bozzetti, dipinti, disegni. E perché no, rientrano anche il cinema ed il teatro, arti meravigliose ma la fotografia fatta di linee, superfici e colori è lì che ritroviamo la sostanza del messaggio che invece in un testo è costituita dalle parole. In qualche modo le parole, gettate quasi implacabilmente su fogli bianchi, riposti poi in qualche cassetto, hanno una loro autonomia a meno che non vengano messe in versi in una poesia o in una canzone e in qualche modo riecheggiano legate tra loro. La struttura della fotografia non è una struttura isolata. Al cinema si ha la percezione dell’importanza della fotografia. Non dobbiamo dimenticare, soprattutto in un momento di profonda crisi culturale, che fino al 1959 non esisteva un ministero per lo spettacolo. Il cinema italiano, da sempre in sfida con le grandi produzioni statunitensi, prova a creare un’inversione di tendenza. Sono anni specialissimi per il cinema italiano: con registi del calibro di Visconti, De Sica, Monicelli e tanti altri, siamo a Milano nel 1961, in un clima favorevole in cui sugli schermi dei festival del mondo si vedranno opere come il “Gattopardo” o “La Ciociara”. Grazie all’Oscar ottenuto con “La Ciociara” Sophia Loren si impone ai vertici della cinematografia mondiale, un’attrice che incarna perfettamente l’intensità, la forza della donna. Oltre a lei, dalla Magnani alla Mangano, dalla Cardinale alla Sandrelli tutte le attrici dell’epoca grazie a dei sapienti registi riescono a mettere a freno la loro esuberanza fisica, la loro bellezza diventa solare e misteriosa in base ai personaggi che interpretano. Donne che sono battagliere e volitive come Angelica nel “Gattopardo”. La fotografia utilizzata dal regista Luchino Visconti è sicuramente più ricca, il discorso diviene visivo e oltrepassa le parole, per questo motivo il “Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, reso in una tale distensione narrativa richiama i Macchiaioli, gli Impressionisti e la Pittura simbolista. Tra le scene che preferisco perché ricordano il quadro “Déjeneur sur l’herbe” di Manet, c’è quella in cui la famiglia del Principe si ferma per una colazione prima di raggiungere Donnafugata, e il regista indugia su un racconto libero dal rispetto storico. La stessa libertà che Manet si prese nel ritrarre la donna nuda in “Colazione sull’erba” tra uomini vestiti, una donna senza fini allegorici, senza una ragione precisa con i vestiti gettati sull’erba, lì accanto ad una natura morta particolarissima perché il cestino in parte è capovolto con la frutta dettagliatamente dipinta. Tancredi ed Angelica sono nel pieno dei loro impeti emotivi, percepiscono la gioia della vita, dell’amore e del futuro. Ma anche se l’amore, resta sempre il fulcro delle maggiori opere cinematografiche, solo con “La Dolce Vita”, si inaugura una filmografia più legata alla scoperta del corpo, con una stupenda Anita Ekberg. Questo amore che era stato messo da parte portando la vita come un bene precario e senza valore, in cui non ci potesse essere posto per gli affetti, adesso torna nel filone cinematografico degli ultimi anni. Mi auguro che si possa svolgere al Lido di Venezia la Mostra cinematografica, e che la figura della donna riprenda sugli schermi come nella fotografia, quel ruolo che affascina ma vestendo i panni di una nudità reale, sfacciatamente femminile, indipendente e come la città di Venezia parafrasando Tinto Brass ritorni ad essere “una città in cui si respira una forte sensualità”.
Natalia Di Meo
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